sabato 19 aprile 2014

LA CITTÀ CHE VORREI

Da quando mi trovo nella mia città, non sempre riesco ad essere spontanea. La mia è una quotidianità molto diversa da quella che mi aspettavo di vivere. Talvolta mi trovo a riflettere sul significato che possa avere, ai nostri tempi, il recupero della propria identità d’origine. San Salvo non è il paese dove ho scelto di tornare circa dieci anni fa. Nel passato ho cercato più volte di allontanarmene e ci sono anche riuscita, perché in fondo stare qui mi rende pigra, rassegnata, costretta. Dunque, cosa mi trattiene qui e, soprattutto, perché insisto?  Forse perché per me San Salvo è un po’ “Macondo”.

Macondo, una città fatta di specchi che riflette dentro di sé il mondo ed io, un po’ Josè un po’ me stessa, credo ancora si possa guarire dall’ignoranza e dal non vivere. Proprio come Macondo, la mia San Salvo nel tempo è cambiata in modo condizionato, in preda a eventi incontrollabili e straordinari che l’hanno sconvolta; la mia città ha assorbito ogni imprevisto, capace com’è di recepire novità e di accoglierne le conseguenze, adattandosi e modificandosi, incapace di evitare le ripetute e spesso autoprodotte disgrazie. Marquez ripete il tempo, i fatti e la vita per stigmatizzare l’inesorabilità e la forte dicotomia tra vivi e morti. E noi? Qual è il nostro ruolo? Noi possiamo opporci alla ripetitività e all’accettazione dell’inesorabilità dei fatti. Non siamo costretti ad accettare l’uragano! Ciascuno di noi può, se ne è convinto, recuperare se stesso, l’appartenenza al proprio mondo, al proprio vissuto e determinarne l’evoluzione futura. Nelle considerazioni apparse su questo blog, mi ha colpito molto la descrizione che fa Natalia della piazza, luogo di scambio di servizi non sempre socializzanti. A San Salvo manca la piazza come luogo di socializzazione, di incontro e di scambio di rapporti sociali. Non mi va di esaminare le ragioni socio – economiche e politiche che hanno determinato questa condizione, ma mi piace sottolineare la necessità di cambiamento. Recuperiamo la nostra città, partiamo da noi stessi, viviamo la città, occupiamone gli spazi, anche se per pochi minuti al giorno. Discutiamo di cultura, apriamo un dialogo con tutti, perché è qui che crescono i nostri figli. Permettiamo ai nostri figli di conoscerla come l’abbiamo vissuta noi e di apprezzarla a chi pensa che San Salvo non abbia avuto un passato fatto di persone che l’hanno amata. San Salvo ha ospitato due cinema, una stagione teatrale, molti circoli culturali, la piazza e i negozi, le tradizioni e le innovazioni, gli stranieri e i “forestieri” (come li chiamavano i nostri nonni), le aziende, le fabbriche, la politica e il confronto. Permettiamo a San Salvo di nascere a nuova vita. È il senso della Pasqua, l’incipit vita nova, no? È una questione di volontà, oltre che di coscienza.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950.



Angela Evangelista

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